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“Roma non è più Roma, dovrà riconoscersi nella metà del mondo o perire” – Memorie di Adriano tra paradigmi contemporanei e antichi imperatori

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Fin da quando ce lo hanno propinato al liceo, la frase “è un libro moderno” ha accompagnato Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar. Ma che cosa questo significasse davvero, a parte quella che poteva sembrare inizialmente una gran sega mentale sulla vita, la morte, il destino… l’universo e tutto quanto, tra la fine degli anni ‘90 e i primi anni 2000, restava abbastanza oscuro a me e a molti altri studenti appena adolescenti.

Oggi, credo, le cose sono cambiate. Prima di tutto Memorie di Adriano contiene spunti e riflessioni vicini a quelli sorreggono il sogno di un’Unione Europea davvero unita. Un sogno, oggi, nel bene e nel male, presente alla mente di tutti. In secondo luogo offre uno sguardo interessante su un’Europa in qualche misura già “cosmopolita”. Uno sguardo che illumina certi anditi oscuri su chi siamo (o potremmo essere) in quanto cittadini europei, nel mondo liquido che abbiamo ereditato e a contatto con la diversità di lingue, religioni e costumi che caratterizza (spesso spaventandole) la vita di milioni di persone. Uno sguardo che, se nell’immaginario del libro era privilegio di un grande imperatore, o di un filosofo, oggi è in buona parte alla portata di uno studente universitario purché un minimo avveduto e affamato di viaggi ed esperienze. Forse. In ogni caso, non sospettavo che questo libro sarebbe diventato l’ultimo tassello di un lungo percorso.

 

All’epoca del liceo ero una studentessa ribelle. Io e i miei jeans strappati non potevamo tollerare che ci si dicesse che fare e la cosa si manifestava in questo modo: leggevamo quello che ci pareva (in testa alla classifica Tolkien, George Martin e Ursula Le Guin) evitando con un certo gusto di fare i compiti e soprattutto le letture assegnate, vivendo sfacciatamente di rendita e senza nessun senso di colpa. Ero libera, leggera e strafottente. Questo atteggiamento ha fatto si che leggessi Memorie di Adriano, davvero e per la prima volta, solo dopo i 25 anni. Un male?  Prima di arrivare alla Yourcenar, alla mia veneranda età, avevo frequentato altri tipacci che fanno sempre tendenza, come per esempio Bukowski e Carver. Ma gli unici che avevo davvero amato erano stati altri, molto più a modo (di cui non ci si può vantare con gli amici) e più lontani da quella che Adriano avrebbe chiamato la mia ‘maschera’: Chatwin, Kapuściński e Canetti saranno per sempre dei punti di riferimento.

Grazie a loro mi ero creata una certa visione ‘nomade’ del mondo nella quale avevo riversato la mia personalissima idea di ribellione. La sintesi perfetta di tutto ciò che provavo nell’affacciarmi alla vita adulta era venuta a me nella forma di un titolo trovato per caso: Anatomia dell’Irrequietezza.

Questa raccolta postuma di scritti di Bruce Chatwin mi aveva introdotta ad una prospettiva dalla quale, almeno a grandi linee, ‘l’alternativa nomade’ per cui l’autore è famoso, era realtà. Una realtà che si incarnava, in un certo senso nella sua vita! Il libro era riuscito in ciò che io da sola non potevo: praticare una dissezione anatomica della mia irrequietezza attraverso quella di Chatwin, che mi consentisse, finalmente, di comprendere me stessa. Dopo tutto, non è a questo che servono, i libri?

“Il vero luogo natio è quello dove per la prima volta si è posato uno sguardo consapevole su sé stessi: la mia prima patria sono stati i libri” (Marguerite Yourcenar – Memorie di Adriano)

Pensavo quindi che per fare qualcosa nella vita avrei necessariamente dovuto viaggiare, camminare, esperire. Appartenere a tutti i luoghi e a nessuno. Decentrare. Pena, la perdita della mia libertà e di me stessa. Il mio daimon mi spingeva. L’età faceva il resto.

“Da parte mia, ho ricercato la libertà più del potere, e quest’ultimo solo perché può condurre alla libertà. Ciò che mi interessava non era una filosofia dell’uomo libero (tutti coloro che vi si sono cimentati si sono dimostrati noiosi), ma una tecnica: speravo di scoprire il cardine sul quale la volontà incontra e si muove con il destino e dove la disciplina rafforza, invece di limitarla, la nostra natura” (Marguerite Yourcenar – Memorie di Adriano)

Il risultato della lettura intermittente e un po’ itinerante di Memorie di Adriano è stato perciò il culmine di un percorso fatto di carta e di viaggi, da cui è, inevitabilmente, venuto fuori anche un piccolo ritratto di certe radici profonde “degli europei contemporanei”, in sostituzione al ritratto nostalgico (e, diciamolo, un po’ noioso) di una Roma da liceo, tanto antica quanto lontana. Una versione meno frammentaria, più adulta forse, di quello che già suggerivano Chatwin e Kapuściński.

Una delle domande che si pone un giovane adulto che affronta la vita e che, in senso più ampio, è LA domanda a cui oggi sembra non esserci risposta, è: quale valore occorre dare alle proprie radici? E per opposizione, quale valore dare alla diversità, ad ogni tipo di diversità, al di là degli spauracchi? È una risorsa? È un handicap? Ci si sente spesso toccati, a livello personale, da questo tema ricorrente. Soprattutto poi se si appartiene a una generazione (i così detti ‘millennials’, qualunque cosa questo significhi) tacciata – spesso! – di essere immatura e volitiva, “diversa” dalle precedenti per lo più in senso dispregiativo.

Non posso quindi fare a meno, coltivando questa prospettiva, di pensare a Slavoj Žižek (altro bizzarro personaggio del mio mondo di carta), e alle sue idee a proposito della frustrazione dell’uomo contemporaneo in quanto sorta di “vittima onnipotente”:

“…la consapevolezza che ci troviamo nel mezzo di un cambiamento radicale. […] Il contesto è propriamente frustrante: sebbene noi (individui o agenti collettivi) sappiamo che tutto dipende da noi, non possiamo nemmeno predire le conseguenze dei nostri atti. Non siamo impotenti, ma, al contrario, onnipotenti, senza essere in grado di determinare la portata dei nostri poteri. Lo scarto tra cause ed effetti è irriducibile, e non c’è nessun <<grande Altro>> a garantire l’armonia tra i livelli, a garantire che l’esito generale delle nostre interazioni sia soddisfacente.” (Slavoj Žižek , In difesa delle cause perse, Ponte alle Grazie, Milano, 2013, p. 562)

Se accettiamo, senza giudizi moralizzanti, di vedere le cose sotto questa prospettiva, allora non è più tanto difficile pensare a come un lettore contemporaneo, una volta liberatosi dell’oneroso punto di vista storiografico, possa trovare dei forti punti di contatto con gli interrogativi di un Imperatore Adriano che cerca costantemente di trarre le fila della propria vita, di dare un bilancio del proprio operato e di prevedere il futuro…

“A che valeva l’ordine alle frontiere se non riuscivo a convincere quel rigattiere ebreo e quel macellaio greco a vivere l’uno a fianco dell’altro tranquillamente? La pace era il mio traguardo….”(Marguerite Yourcenar – Memorie di Adriano)

Oggi come oggi, se accettiamo di sentirci cittadini europei, rischiamo un salto nel buio. E viene da chiedersi: non siamo forse davvero il frutto incompleto del sogno di qualcuno che ci ha preceduti?

“Il mondo che avevo ereditato somigliava a un uomo ne fiore degli anni, ancora robusto, nel quale l’occhio esperto del medico scorge indizi impercettibili di logorio, come chi è appena uscito dagli spasmi d’una malattia grave. […] Cercai d’infondere, nell’avviare i negoziati, quell’ardore che altri riserva al campo di battaglia: forzai la pace. […] Pochi mesi dopo la grande crisi, ebbi la gioia di veder formarsi nuovamente la fila delle carovane in riva all’Oronte; le oasi si ripopolavano di mercanti che commentavano le notizie alla luce dei bivacchi, e che ogni mattina, insieme alle loro merci, starei per dire caricavano, per trasportarle in paesi sconosciuti, parole, pensieri, costumi intimamente nostri, che poco a poco avrebbero dilagato nel mondo in modo più sicuro che non le legioni in marcia. La circolazione dell’oro, il passaggio delle idee, sottile come quello del sangue nelle arterie, riprendevano nel grande corpo del mondo: ricominciava a battere il polso della terra.” (Marguerite Yourcenar – Memorie di Adriano)

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Adriano di Marguerite (non quello storico) è un cittadino d’Europa, innamorato delle sue radici culturali elleniche e proiettato in un panorama vasto e dinamico, dove è necessario tenere insieme l’alto e il basso, il piccolo e il grande, il locale e il globale. In questo mi ricorda molto alcuni toni dolci-amari che ho trovato nelle pagine di un Kapuściński in perenne viaggio con Erodoto. Eppure la differenza non potrebbe essere più grande. Kapuściński ci racconta le imprese di Dario e dei persiani, così come di un’Unione Sovietica pachidermica, dai lunghi confini coperti di filo spinato e dalle frontiere invalicabili. Fa collimare la sua natura profonda di viaggiatore con il mestiere di reporter e trova in Erodoto il proprio doppio antico.

“Ma non è forse quello che fanno tutti i reporter, che non pensano ad altro che a partire e per i quali il viaggio è la ricchezza, la fonte, l’origine di ogni cosa? Solo in viaggio il reporter si sente sé stesso e a casa propria. Più leggevo Erodoto, più scoprivo in lui un’anima gemella.” (Ryszard Kapuściński – In viaggio con Erodoto)

Lui però resta sempre, in qualche modo, quel ragazzo che ha voluto per la prima volta “varcare la frontiera” senza una meta precisa. Per vedere. Adriano invece vuole agire. Racconta i confini dell’impero, anch’esso enorme, e spiega la disperazione di Traiano, limitato e sconfitto, ormai moribondo. Le parole di Adriano non sono altro che le parole di una Marguerite calata nei panni maschili di un imperatore antico. Conserva uno sguardo moderno, una lucidità ideale per il romano e attuale per la scrittrice. Adriano diventa allora oggi una figura eterea, senza veramente un genere e senza tempo, che racconta un mondo dove si sente nello stesso momento potente fautore di cambiamenti e impotentemente soggetto al contesto, a cicli e ricicli storici.

“Il futuro del mondo non mi preoccupa più; non cerco più di calcolare, angosciosamente, quanto a lungo durerà la pace Romana; lascio questo compito agli Dei. Non che abbia acquistato più fiducia nella loro giustizia, che non è la nostra, o più fede nella saggezza umana. È vero il contrario. La vita è atroce, lo sappiamo. Ma precisamente perché mi aspetto poco dalla condizione umana, i periodi di felicità dell’uomo, i suoi parziali progressi, i suoi sforzi per ricominciare da capo e continuare, mi appaiono altrettanti prodigi capaci di compensare la mostruosa massa di malattie e sconfitte, indifferenza ed errori. La catastrofe e la rovina verranno; il disordine trionferà, ma l’ordine anche, di quando in quando. La pace sarà nuovamente stabilita tra due periodi oscuri e lì riacquisterà il significato che noi avevamo cercato di dargli. Non tutti i nostri libri svaniranno, non tutte le nostre statue, anche se rotte, giaceranno in pezzi; altre cupole e piedistalli saranno eretti sulle nostre cupole e piedistalli; alcuni uomini, pochi, penseranno, faranno e sentiranno ciò che noi abbiamo pensato, fatto e sentito, e io mi azzardo a contare su questi continuatori, posizionati irregolarmente attraverso i secoli, e su questo tipo di intermittente immortalità” (Marguerite Yourcenar – Memorie di Adriano)

E allora… una parte di me, cittadina di una “Roma”/UE che sempre è permeante e permeabile, si sente inevitabilmente un po’ Kapuściński, che (lontano da sogni di immortalità) vive il cambiamento del mondo (nel suo caso il crollo dell’Unione Sovietica, nel mio, la ‘modernità liquida’), e per varcare quella frontiera misteriosa si fa forza con le parole di Erodoto, antico e saggio, proibito e riscoperto. Mentre una parte invece è Adriano. Ha accesso al sapere e vuole agire per quello che può, ma si sente già vecchia. Ereditiera di un mondo eccezionale, nel quale i segni del logorio sono sempre più evidenti, ma dove i pensieri, le lingue e le culture scorrono più impetuosi che mai… e non possono che portare a sognare un futuro travolgente: “Roma non è più Roma, dovrà riconoscersi nella metà del mondo o perire.”

 

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Migrazioni e fede: American Gods

American Gods è la serie che meglio rappresenta la società liquida di oggi e le sue evoluzioni in termini di senso di appartenenza, emozioni e significati “migranti”.

L’immaginazione di Neil Gaiman (autore del libro omonimo da cui è tratta la serie) non smette di affascinare e la sua natura composita e sfaccettata è quanto mai evidente nella produzione della serie American Gods, realizzata da Bryan Fuller e Michael Green, che hanno conservato il tocco 90s dell’originale.

La storia si snoda sulle strade degli Stati Uniti, che assumono il ruolo di un grande raccoglitore di sogni, speranze, emozioni. Si perchè, al di là dei miti e delle simbologie, quello che viene ritratto magistralmente nel romanzo (e staremo a vedere la serie), è la natura composita della nostra realtà, ormai globalizzata, mediatica, in costante movimento.

Ma a rendere affascinante la serie non è certo questo. Al contrario, è la sotterranea lotta che ogni credenza affronta per essere ancora valida. Ancora creduta. E in questo, il racconto di Gaiman è due volte mitico: lo è perchè racconta di miti e di dei, e lo è perchè racconta la storia Shadow, il protagonista, che dal non credere in nulla si trova a orientarsi in un mondo dove il bene e il male viaggiano a braccetto e dove il versante simbolico di ogni gesto ha più valore dell’atto pratico.

In tutto questo, non posso non pensare a quanto, dall’essere una fotografia della società americana, questo scenario sia passato ad essere applicabile a livello generale per molti paesi, con intensità e declinazioni differenti: paesi fatti di persone provenienti da ogni angolo, ognuna con il suo retaggio di credenze, abitudini, culture, interpretazioni.

Non riesco a non pensare ad Arjun Appadurai: “viviamo in un mondo in cui siamo, al tempo stesso, troppo vicini e troppo lontani gli uni dagli altri”.

Una girandola simbolica di credenze lontane e vicine, nel tempo e nello spazio, che uniscono e che dividono, scandendo corsi e ricorsi storici, in una circolarità del tempo che, a percepirla, sembra più legata alla realtà che alla fantasia. Ecco cos’è American Gods.

A Pereira effect. Social Media… and actual action.

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Pereira is the protagonist of a famous Italian novel. He is a Portuguese 50 years old journalist who doesn’t recognize himself anymore in the surrounding reality. How to blame him? At the time Portugal turned into a fascist dictatorship. The novel is pervaded by a sense of loneliness and nostalgia, but what is to be highlighted here is the feeling of alienation (straniamento) that Pereira lives. How to connect this with current “social-media-times”?

Even though he’s a journalist, Pereira is not properly informed on what happens in his country and, in the end, it will not be rationality to guide him, but what Tabucchi calls “the reasons of the heart”.

Nostalgia persuades him to “date the past” instead of the future until something happens. Among the reasons why a character such as Pereira might be considered contemporary there’s the fact that his feelings could be much more similar to how lots of people currently feel about information through Social Media and Big Data – and all the related changes in political campaigning, for example – than it might appear at a first glance.

Are we all, somehow, small Pereiras, full of nostalgia but also in need of a big change? A liberatory change (sometimes holding revolutionary claims) that might seem to be prêt-à-porter thanks to ICTs and Big Data predictions. Luciano Floridi and other scholars came up with the concept of onlife. According to Floridi ICTs put under discussion one of the basic assumptions of the modern anthropocentric way of thinking: being agent oriented; in favour of being patient oriented. Ethical issues seem then to parallel those about politics or the environment. At the centre of the ethical discussion is the world (ontocentrism) and the way human beings question themselves according to their relations with it.

Big Data are one product of interactions, and platforms’ design shapes, only in part, the kind of data produced and the way it circulates. Amid Ekbia, with a team of scholars, proposed an interdisciplinary analysis to sum up the main issues and approaches related to Big Data. Manuel Castells, some years ago, underlined how the ideology of freedom, diffused in the internet world, was not a founding one. This ideology did not interact directly with the development of the technological system: “freedom can be used in many ways”. Floridi proposed a very interesting reflection in a conference entitled “The value of Uncertainty”, concerning power structures, and came up with the observation that power (related to technology in hyperhistory) lies often in the uncertainty levels, i.e. sometimes related to what might be called “information overload”.

As a consequence, who shapes the questions, also shapes the possible answers. Slavoj Žižek focused on the repetition of an event in relation to its interpretations. By observing several cases in history and literature, (as the case of Caesar’s assassination), Žižek notes that “interpretation starts to work always too late, with a bit of delay, when the event to interpret repeats itself; the event cannot be intended as regulated until its first appearance”. He states that the event that repeats itself “receives its law retroactively, through repetition”, it is this way that the symbolic appropriation of a traumatic event, interpretation par excellence, takes place.

Referring again to Pereira, what “triggers” his decision to act (or react) is a precise traumatic event that he can actually master. The boy that was working for him gets killed and the reality that Pereira was already able to see, but was also trying to ignore, pops up: he knows what to do. He was a former reporter and used to write on murder cases. Therefore he writes an article (“appropriation” action?) that will be published on his newspaper, and leaves the country (“defensive” re-action?).

In relation to the perception of reality and the value of uncertainty, the feeling of alienation might rise in accordance with the lack of understanding (and trust) of power structures and policies. As long as most persons will not be able to grasp what’s beyond what they perceive as an undefined change, they may not turn into “operative” Pereiras. Big Data and Social Media represent that thin veil that separates the symbolic (and actual) appropriation of contemporary reality, from its undefined perception.

What matters is how people happen to break through that veil. Voting is one option.

 

Rogue One. Lets rock.

Nel caso non lo foste già, quest’anno, posso garantirvi, è l’anno in cui cederete e finalmente vi innamorerete di Star Wars. Perchè? Beh, perchè “Rogue One: a Star Wars Story” è semplicemente meraviglioso.

Qualcuno si chiederà che cosa ci sia mai da dire di positivo sull’ottavo film legato a una saga ormai iper-commercializzata e per la quale tutti gridano “meraviglia!” alla prima scemenza. Mi pare un atteggiamento sensato. Anche io la pensavo così, e per pura e semplice nostalgia sono andata a vedere un film che, tutto sommato, non mi sembra sia nemmeno stato particolarmente pubblicizzato.

A trascinarmi in sala sono stati i ricordi. Non certo la passione per la cinematografia. Quella robaccia propinataci l’ultima volta stava in piedi esattamente grazie a questo. Come ogni fan ho adorato rivedere sullo stesso schermo gli attori di un tempo, ma la cosa, ehm, finisce lì. Dai, parliamone, a questo Kylo Ren, interpretato da Adam Driver (il cattivo della situazione, per intenderci) viene voglia di dare uno scappellotto e confiscare le chiavi del motorino. Sembra un Darth Veder in preda a tempeste ormonali di vario tipo.

Bene. “Rogue One” è tutta un’altra storia. Credetemi. Forse può lasciare delusi perchè non ci sono jedi da nessuna parte, ma nemmeno nell’episodio “A New Hope” c’erano. Quest’ultimo episodio si inserisce appena prima. Tra la nuova e la vecchia trilogia per intenderci. Il capitolo più buio della resistenza che si trova a fare i conti con un impero all’apice della sua potenza. Avete presente la scena in cui viene decisa la missione in cui gli X-Wing degli Star Fighter devono distruggere la Morte Nera?

Ecco. “Rogue One” si inserisce nel punto oscuro della trama che avrebbe consentito di arrivare qui. E a ritornare alla mente, sono forse più i film di guerra come “The dirty dozen” (in una versione edulcorata e non tarantiniana – ps.il trailer è lunghissimo).

Oppure “The Enemy at the Gate”, per questioni più… romantiche (potrei aver forzato questo paragone perché adoro questo film). Il punto in ogni caso è questo: a venire alla mente, oltre alle caratteristiche della saga e legate al mondo della fantascienza, sono i film di guerra. E questo significa una cosa in particolare: che è stata prestata grande attenzione alla storia, più che all’effetto sul mercato. Siamo davanti a un film e non a uno spot. Finalmente.

Ritornano i temi cari alla saga di Star Wars che davvero l’hanno resa popolare (e non i temi riproposti da esattori commerciali che non vedono l’ora di vendere più action figures). E stiamo parlando dell’impero che ricorda i nazisti (torna anche la ricostruzione digitale credibile di Peter Cushing nei panni di Grand Moff Tarkin, insieme ad altre che vi lascio il piacere di scoprire), c’è l’eroe sotto traccia che vive sotto il ricatto dell’impero (il progettista della Morte Nera), il condottiero scontroso con un robot dal carattere peculiare, e un personaggio femminile forte, che non manca mai, ma che in questo caso fa davvero bella figura accanto a Leia, a cui passa il testimone. E poi beh, poteva mancare una storia d’amore?

“Rogue One: a Star Wars Story” è un signor film. Vale assolutamente la pena di vederlo e di farsi riscaldare il cuore a dispetto della credenza che ogni cosa che finisca per essere eccessivamente mercificata non può mantenere una buona qualità. Forse è passato come puro spin-off, e questo gli ha dato un vantaggio in termini di trama, ma è sempre Star Wars. Quello vero. Riporta a galla passioni sopite, per me, almeno dagli anni novanta.

Assassin’s Creed… assassin me

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Tra pochi giorni uscirà nelle sale il film della fortunata serie di videogiochi Assassin’s Creed. Il cast è stellare: a partire da Michael Fassbender e Marion Cotillard, fino a Jeremy Irons e Brendan Gleeson. Gli ingredienti ci sono tutti: azione, fantasia, lotta, intrigo, temporalità mescolate. E allora cosa è andato storto? Di preciso, non lo so. Devono avere avuto qualche problema durante la cottura. Non che le aspettative fossero alte, ma si sperava in qualcosina di meglio, ecco.

Gli appassionati del videogioco mi odieranno, ma oggettivamente anche quest’ultimo aveva qualche problema sulla trama. Che però veniva blandito grazie a una grafica mozzafiato e un gioco che, per gli appassionati del genere, non nega il divertimento. Inoltre, la curiosità era un ingrediente fondamentale. Non troppa azione, non troppo poca. Un mix piacevole. Ricordo di aver giocato nel corso di lunghe nottate bolognesi, con una meravigliosa vista sui tetti del centro e di San Petronio: un’esperienza decisamente più immersiva del solito.

Ora. Un film, necessita di una trama. E quella, mmm diciamo che c’è, anche se scricchiola. Voglio dire. La mela “del libero arbitrio”? Ehm… ho capito, vi piace camminare al limite della credulità. Ok. Ci possiamo stare. Diciamo che per il primo quarto del film sospendiamo il giudizio. Se ve la giocate bene, vi concediamo questo tocco stile “Tomb Raider dopato”.

Di bello? Beh, le movenze, gli effetti, i costumi. E anche la fotografia, perché no.

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Però, un film, necessita anche di un buon intreccio, oltre alla trama. Se entrambi fanno acqua, la vedo dura. Ora, l’idea per l’intreccio data dal videogioco, non è tanto male. E il film sembra percorrerla abbastanza bene. Fino a un certo punto. Diciamo che, in mancanza di sequenze di azione inattese, senza umorismo o autoironia di sorta, senza accettabili spiegazioni cervellotiche che rendano il tutto almeno lontanamente verosimile, e soprattutto senza colpi di scena veri e propri (dai, ma de che stiamo a parlà?), da poco prima della metà in poi, il film diventa un’amara pillola composta di variazioni sul tema assolutamente prevedibili. Difficile da mandare giù fino alla fine. Molto. Dopo i primi tre quarti la noia diventa un problema serio.

Volendo fare il confronto con Tomb Raider, si potrebbe dire che se non altro, nella sua spudoratezza, la Jolie, con il suo look anni 2000 tutto fatto di tessuti sintetici e il suo caratteraccio sbruffone, tutto allusioni sessuali e sfottò, almeno un sorriso lo strappava. Era esagerata. Si. Assolutamente irrealistica. Ok. Ma tutto sommato si tratta di una spaccona di serie A: niente male. In più il film sembrava aver preso spunto da predecessori illustri, come Mission Impossible.

Qui, di fronte a cosa ci troviamo? Per quanto fossero bollati come brutti, ho perfino visto tutti i film tratti da Resident Evil. E non sono nemmeno una fan del videogioco. Mi piace giocare ad Assassin’s Creed ma al film, prima ancora di entrare nel merito della realizzazione o della sceneggiatura, manca decisamente qualcosa. A partire dallo humour. Per prendersi così sul serio, dovrebbe avere almeno tutti gli altri attributi al posto giusto.

Il consiglio? Se siete fan sfegatati del gioco, andate a vederlo. Magari sarà un po’ al di sotto delle aspettative, ma sopravviverete. Altrimenti, beh… sopravviverete comunque, ma ricordatevi di portare i pop-corn e non spegnete il cellulare. Arriverà sicuramente un momento in cui sentirete la voglia irrefrenabile di messaggiare e staccare gli occhi dallo schermo.

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Panettone alla Papaya

Il Natale è IL momento tradizionale dell’anno che tutti amiamo. Questo le industrie dolciarie lo sanno bene, e per questo motivo ci ricordano le tradizioni della tavola del nostro paese. In particolare: il panettone. Protagonista di innumerevoli scorpacciate e falso amico della linea. Scende giù con facilità. Tanta, gustosa, facilità.

Questo la Motta lo sa molto bene, ma quest’anno ha scelto una strada leggermente diversa rispetto ad altre case che rievocano l’atmosfera natalizia. C’è chi offre un’idea di Miracolo sulla trentaquattresima strada (per chi non lo abbia visto, è un bel film da guardare in famiglia, un classico, oramai), che tutti andiamo cercando mentre vaghiamo alla ricerca di regali nel tempo libero, pregustando la sorpresa e il piacere di “averci azzeccato anche questa volta”. Oppure c’è chi ci porta tra le mura domestiche in compagnia di parenti rilassati (utopia… la mia famiglia è numerosissima e la preparazione della cena di Natale è un divertente momento di frenesia domestica generale). C’è poi chi negli anni rievoca la serendipità di un amore sotto l’albero. Chi cerca di commuoverci… insomma, sul versante sentimentale ce n’è per tutti i gusti. E se siete come me, forse, ne avete un po’ le tasche piene. Non tanto per una questione di principio, quanto di sopportazione.

Motta ha deciso di stare nel suo. Ci parla di cibo. E basta. Nella fattispecie, parla di papaya, tofu, alghe e altri ingredienti esotici. Come non sorridere alla voce che dice più o meno: “potevamo… eee invece no! Lo abbiamo fatto tradizionale”. Una piccola riscossa per chi ama la buona tavola ma perde la pazienza con ricette astruse che lasciano sempre una sorta di languorino. Il messaggio implicito? Quello che preferite voi. Da Motta, loro fanno i panettoni. E pare che li facciano bene, come dice la tradizione. Intanto, ne approfittano per strapparvi un sorriso e farvene portare a casa uno in più… che non si sa mai! Una piccola sicurezza rinnovata, per i giorni no prima della fine di questo lungo anno, accompagnata da una voce scherzosa. Tutto sommato è apprezzabile la sincerità di una pubblicità che, per una volta, non cerca di coinvolgerci eccessivamente sul lato emotivo, ma di strapparci un sorriso e liberarci dalle mode del cibo. Natale è Natale. Per ora, almeno quello, non cambia.

Serate blu elettrico

Ci sono sere in cui una giovane donna può ufficialmente dire di “essere blu”. E mentre ascolti una colonna sonora jazz, perfetta per te, desiderando di essere una di quelle figure malinconiche dei fumetti che osservano la città dall’alto con un bicchiere in mano, maledici un po’ gli stereotipi che le hanno volute per lo più al maschile. La mia figura di questa settimana per i momenti di contemplazione tempestosa è il Maggiore di Ghost in the Shell, la colonna sonora, invece, è quella di Cowboy Bebop e le parole sono quelle, intramontabili, di Eugenio Montale (che era uomo, ma per questa volta ci passerò sopra). Giusto per stare in quel mondo a metà tra melanconia e auto-ironia, che, alla fine, strappa un sorriso. E non ci pensi più.

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,

si qualche storta sillaba e secca come un ramo.

Codesto solo oggi possiamo dirti,

ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

 

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Deepwater Horizon. Eroi e mostri.

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Un film che mette in evidenza la concezione americana del lavoro. Questo è quello che, dopo lunghe riflessioni non sono assolutamente riuscita a mettere in discussione e che si è stampato per sempre nella mia mente in relazione a ‘Deepwater Horizon – inferno sull’oceano’.

Ho letto diverse recensioni del film e ho notato come l’accento si ponesse in alcuni casi sul fatto che questa produzione sfidava le compagnie petrolifere, mettendo “a nudo” una vicenda che di buono non ha nulla. Quello che mi ha colpita, al di là dell’avvenimento (https://en.wikipedia.org/wiki/Deepwater_Horizon_oil_spill), che tra l’altro ricordo bene per essere passato sovente su giornali e telegiornali, è stato il carattere che si è voluto dare ai lavoratori della piattaforma.

Per amore di sintesi ho cercato più volte di descriverlo con una parola sola: coraggiosi? Fortunati? Spaventati? Sopravvissuti? Ma ogni volta qualcosa sfuggiva e in ogni caso il carattere essenziale dei personaggi non sembrava essere descritto in modo appropriato. Poi ci sono arrivata. Indipendenti. Nonostante siano, proprio, ‘dipendenti’, quello che viene mostrato è un carattere forte, deciso, davvero ‘indipendente’ nel limite del possibile. In tutto il film appaiono in ogni sfumatura emotiva – dallo stress alla disperazione, per lo più – ma nonostante la rigida gerarchia imposta non viene mai messa in discussione la loro essenza indipendente e la capacità decisionale autonoma in relazione ai doveri del lavoro. In pratica, la forza del loro carattere. I cavalieri della piattaforma?

Punto più alto di questo ritratto ideale è, non tanto la riunione indetta dal responsabile per la sicurezza, Mr. Jimmy, ma il breve scambio di battute tra il protagonista e uno dei dirigenti della British Petroleum (quest’ultimo interpretato da John Malkovich). A partire dall’inizio il petrolio è associato ai dinosauri (emerge la sua origine preistorica, atavica, antica), e in seguito a un mostro per affrontare il quale è necessario prepararsi a dovere.

Nel corso del dialogo, il protagonista descrive questa necessità attraverso la metafora della caccia al pesce gatto (tra l’altro ‘catfish’ – pesce gatto – in inglese è un’espressione gergale che si usa anche per le identità fasulle, per chi si maschera dietro un falso nome… che indirettamente si riferisca al dirigente-mostro che di lì a poco spingerà la situazione oltre il limite sostenibile, non è un’ipotesi troppo fantasiosa). Lo scambio, piuttosto duro, si conclude con la battuta: “Mh Mh, la speranza, non è una strategia”.

Qui si trova, in estrema sintesi, il giudizio sanzionatorio degli eventi, la chiave interpretativa dell’intero film. La caccia al pesce gatto si fa facendosi mordere di proposito, per stanare l’animale. Esserne consci e avere la giusta preparazione sono i requisiti essenziali alla riuscita. Non ci si avventura in questa impresa sperando che le cose non prendano una brutta piega, che vadano bene. Un ragionamento estremamente problematico, per molte amministrazioni, pubbliche e private, anche al di fuori del mondo degli estrattori di petrolio. Ma la domanda cinica da fare è: che le cose vadano bene, per chi? Qui, si sviscera tutta l’identità di questi americani che, forse, recentemente, hanno perfino votato Trump.

Sono, in un certo senso, consapevoli di quello che fanno. Vogliono dare l’impressione di aver scelto le condizioni della propria vita. Eppure, si scontrano con le classi che, da quella vita, hanno avuto occasioni migliori. Per controbilanciare la cosa, si qualificano, seppure sottoposti all’amministrazione malsana di dirigenti incoscienti e tutti orientati al profitto, come i veri detentori della competenza e del senso del loro lavoro. Della cultura che lo ha generato. Sono, in definitiva, nei limiti di ciò che la realtà gli ha posto davanti al momento della nascita, imprenditori di se stessi e si considerano indipendenti nel giudizio. Non perdono la loro individualità nel gruppo. Detengono e rimarcano una libertà decisionale autonoma che però, anche nella solidarietà più forte, non prende mai quella piega sociale-comunitaria che ci si potrebbe aspettare in Europa.

La preghiera finale conclude questo ritratto e pone davanti agli occhi dello spettatore europeo un’America che riconosciamo meglio quando pensiamo a opere letterarie come Moby Dick. I figli di Melville, piegati e distrutti dalle avversità, non possono fare altro che mettersi nelle mani di un Dio che, qui, sembra quasi sive natura. Ad aumentare il senso di scarna reminiscenza letteraria il grosso uccello (forse un pellicano) che, poco prima del disastro totale, coperto dagli spruzzi di petrolio, si schianta dentro la cabina di pilotaggio della nave che raccoglierà i superstiti.

A controbilanciare un petrolio-mostruoso, quasi antropomorfo, che sgorga dal terreno e contro il quale gli operai-eroi si battono valorosamente, spicca la mancanza di ogni menzione, se non per iscritto e ovviamente in coda, del disastro naturale che sta prendendo avvio. Segno di quanto, uomo e natura, ancora, facciano fatica ad avvicinarsi e intendersi.

Dunque, mi chiedo, cosa voleva comunicare davvero questo film? Avrà raggiunto i suoi obiettivi? Agli spettatori il compito di rispondere.

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Planetario di Torino: Gatto Ciliegia incontra il signor Palomar

Il signor Palomar si chiede: come guardare le stelle, i pianeti? E si sente in colpa, come me, nelle sere estive, in cui il cielo è terso. Tanta bellezza, sprecata.

La riflessione in musica e parole proposta da Gatto Ciliegia contro il grande freddo al planetario di Torino è capitata la sera del mio compleanno.

Basta poco, alla fine, per essere felici. Un sorriso, un abbraccio. Una bella sorpresa da chi non ti aspetti. Una vecchia amica incontrata per caso. E le stelle proiettate sul soffitto tondo di una gigante sfera rossa.

Guardo i pianeti roteare, sento la musica modificarsi. Ascolto il tono della voce che surfa sulle parole di Italo Calvino mentre passando in mezzo agli anelli di un Saturo dolcissimo, ci avviciniamo a Giove. Le parole di un altro vecchio libro a rimbalzare nella mia testa:

Immettendo il sublime nel bello, quasi a nascondervelo, Kant pose le basi del sentimento romantico della bellezza intesa come forza universale suscitatrice di reverente timore e di sgomento che presiede all’universo intero come una sorta di principio supremo. Dentro il caos assoluto si cela una struttura di significato, una ricchezza di senso, che non si riscontra in alcun altro luogo.”James Hillman.

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