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Questions and doubts

Migrazioni e fede: American Gods

American Gods è la serie che meglio rappresenta la società liquida di oggi e le sue evoluzioni in termini di senso di appartenenza, emozioni e significati “migranti”.

L’immaginazione di Neil Gaiman (autore del libro omonimo da cui è tratta la serie) non smette di affascinare e la sua natura composita e sfaccettata è quanto mai evidente nella produzione della serie American Gods, realizzata da Bryan Fuller e Michael Green, che hanno conservato il tocco 90s dell’originale.

La storia si snoda sulle strade degli Stati Uniti, che assumono il ruolo di un grande raccoglitore di sogni, speranze, emozioni. Si perchè, al di là dei miti e delle simbologie, quello che viene ritratto magistralmente nel romanzo (e staremo a vedere la serie), è la natura composita della nostra realtà, ormai globalizzata, mediatica, in costante movimento.

Ma a rendere affascinante la serie non è certo questo. Al contrario, è la sotterranea lotta che ogni credenza affronta per essere ancora valida. Ancora creduta. E in questo, il racconto di Gaiman è due volte mitico: lo è perchè racconta di miti e di dei, e lo è perchè racconta la storia Shadow, il protagonista, che dal non credere in nulla si trova a orientarsi in un mondo dove il bene e il male viaggiano a braccetto e dove il versante simbolico di ogni gesto ha più valore dell’atto pratico.

In tutto questo, non posso non pensare a quanto, dall’essere una fotografia della società americana, questo scenario sia passato ad essere applicabile a livello generale per molti paesi, con intensità e declinazioni differenti: paesi fatti di persone provenienti da ogni angolo, ognuna con il suo retaggio di credenze, abitudini, culture, interpretazioni.

Non riesco a non pensare ad Arjun Appadurai: “viviamo in un mondo in cui siamo, al tempo stesso, troppo vicini e troppo lontani gli uni dagli altri”.

Una girandola simbolica di credenze lontane e vicine, nel tempo e nello spazio, che uniscono e che dividono, scandendo corsi e ricorsi storici, in una circolarità del tempo che, a percepirla, sembra più legata alla realtà che alla fantasia. Ecco cos’è American Gods.

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A Pereira effect. Social Media… and actual action.

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Pereira is the protagonist of a famous Italian novel. He is a Portuguese 50 years old journalist who doesn’t recognize himself anymore in the surrounding reality. How to blame him? At the time Portugal turned into a fascist dictatorship. The novel is pervaded by a sense of loneliness and nostalgia, but what is to be highlighted here is the feeling of alienation (straniamento) that Pereira lives. How to connect this with current “social-media-times”?

Even though he’s a journalist, Pereira is not properly informed on what happens in his country and, in the end, it will not be rationality to guide him, but what Tabucchi calls “the reasons of the heart”.

Nostalgia persuades him to “date the past” instead of the future until something happens. Among the reasons why a character such as Pereira might be considered contemporary there’s the fact that his feelings could be much more similar to how lots of people currently feel about information through Social Media and Big Data – and all the related changes in political campaigning, for example – than it might appear at a first glance.

Are we all, somehow, small Pereiras, full of nostalgia but also in need of a big change? A liberatory change (sometimes holding revolutionary claims) that might seem to be prêt-à-porter thanks to ICTs and Big Data predictions. Luciano Floridi and other scholars came up with the concept of onlife. According to Floridi ICTs put under discussion one of the basic assumptions of the modern anthropocentric way of thinking: being agent oriented; in favour of being patient oriented. Ethical issues seem then to parallel those about politics or the environment. At the centre of the ethical discussion is the world (ontocentrism) and the way human beings question themselves according to their relations with it.

Big Data are one product of interactions, and platforms’ design shapes, only in part, the kind of data produced and the way it circulates. Amid Ekbia, with a team of scholars, proposed an interdisciplinary analysis to sum up the main issues and approaches related to Big Data. Manuel Castells, some years ago, underlined how the ideology of freedom, diffused in the internet world, was not a founding one. This ideology did not interact directly with the development of the technological system: “freedom can be used in many ways”. Floridi proposed a very interesting reflection in a conference entitled “The value of Uncertainty”, concerning power structures, and came up with the observation that power (related to technology in hyperhistory) lies often in the uncertainty levels, i.e. sometimes related to what might be called “information overload”.

As a consequence, who shapes the questions, also shapes the possible answers. Slavoj Žižek focused on the repetition of an event in relation to its interpretations. By observing several cases in history and literature, (as the case of Caesar’s assassination), Žižek notes that “interpretation starts to work always too late, with a bit of delay, when the event to interpret repeats itself; the event cannot be intended as regulated until its first appearance”. He states that the event that repeats itself “receives its law retroactively, through repetition”, it is this way that the symbolic appropriation of a traumatic event, interpretation par excellence, takes place.

Referring again to Pereira, what “triggers” his decision to act (or react) is a precise traumatic event that he can actually master. The boy that was working for him gets killed and the reality that Pereira was already able to see, but was also trying to ignore, pops up: he knows what to do. He was a former reporter and used to write on murder cases. Therefore he writes an article (“appropriation” action?) that will be published on his newspaper, and leaves the country (“defensive” re-action?).

In relation to the perception of reality and the value of uncertainty, the feeling of alienation might rise in accordance with the lack of understanding (and trust) of power structures and policies. As long as most persons will not be able to grasp what’s beyond what they perceive as an undefined change, they may not turn into “operative” Pereiras. Big Data and Social Media represent that thin veil that separates the symbolic (and actual) appropriation of contemporary reality, from its undefined perception.

What matters is how people happen to break through that veil. Voting is one option.

 

Rogue One. Lets rock.

Nel caso non lo foste già, quest’anno, posso garantirvi, è l’anno in cui cederete e finalmente vi innamorerete di Star Wars. Perchè? Beh, perchè “Rogue One: a Star Wars Story” è semplicemente meraviglioso.

Qualcuno si chiederà che cosa ci sia mai da dire di positivo sull’ottavo film legato a una saga ormai iper-commercializzata e per la quale tutti gridano “meraviglia!” alla prima scemenza. Mi pare un atteggiamento sensato. Anche io la pensavo così, e per pura e semplice nostalgia sono andata a vedere un film che, tutto sommato, non mi sembra sia nemmeno stato particolarmente pubblicizzato.

A trascinarmi in sala sono stati i ricordi. Non certo la passione per la cinematografia. Quella robaccia propinataci l’ultima volta stava in piedi esattamente grazie a questo. Come ogni fan ho adorato rivedere sullo stesso schermo gli attori di un tempo, ma la cosa, ehm, finisce lì. Dai, parliamone, a questo Kylo Ren, interpretato da Adam Driver (il cattivo della situazione, per intenderci) viene voglia di dare uno scappellotto e confiscare le chiavi del motorino. Sembra un Darth Veder in preda a tempeste ormonali di vario tipo.

Bene. “Rogue One” è tutta un’altra storia. Credetemi. Forse può lasciare delusi perchè non ci sono jedi da nessuna parte, ma nemmeno nell’episodio “A New Hope” c’erano. Quest’ultimo episodio si inserisce appena prima. Tra la nuova e la vecchia trilogia per intenderci. Il capitolo più buio della resistenza che si trova a fare i conti con un impero all’apice della sua potenza. Avete presente la scena in cui viene decisa la missione in cui gli X-Wing degli Star Fighter devono distruggere la Morte Nera?

Ecco. “Rogue One” si inserisce nel punto oscuro della trama che avrebbe consentito di arrivare qui. E a ritornare alla mente, sono forse più i film di guerra come “The dirty dozen” (in una versione edulcorata e non tarantiniana – ps.il trailer è lunghissimo).

Oppure “The Enemy at the Gate”, per questioni più… romantiche (potrei aver forzato questo paragone perché adoro questo film). Il punto in ogni caso è questo: a venire alla mente, oltre alle caratteristiche della saga e legate al mondo della fantascienza, sono i film di guerra. E questo significa una cosa in particolare: che è stata prestata grande attenzione alla storia, più che all’effetto sul mercato. Siamo davanti a un film e non a uno spot. Finalmente.

Ritornano i temi cari alla saga di Star Wars che davvero l’hanno resa popolare (e non i temi riproposti da esattori commerciali che non vedono l’ora di vendere più action figures). E stiamo parlando dell’impero che ricorda i nazisti (torna anche la ricostruzione digitale credibile di Peter Cushing nei panni di Grand Moff Tarkin, insieme ad altre che vi lascio il piacere di scoprire), c’è l’eroe sotto traccia che vive sotto il ricatto dell’impero (il progettista della Morte Nera), il condottiero scontroso con un robot dal carattere peculiare, e un personaggio femminile forte, che non manca mai, ma che in questo caso fa davvero bella figura accanto a Leia, a cui passa il testimone. E poi beh, poteva mancare una storia d’amore?

“Rogue One: a Star Wars Story” è un signor film. Vale assolutamente la pena di vederlo e di farsi riscaldare il cuore a dispetto della credenza che ogni cosa che finisca per essere eccessivamente mercificata non può mantenere una buona qualità. Forse è passato come puro spin-off, e questo gli ha dato un vantaggio in termini di trama, ma è sempre Star Wars. Quello vero. Riporta a galla passioni sopite, per me, almeno dagli anni novanta.

Assassin’s Creed… assassin me

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Tra pochi giorni uscirà nelle sale il film della fortunata serie di videogiochi Assassin’s Creed. Il cast è stellare: a partire da Michael Fassbender e Marion Cotillard, fino a Jeremy Irons e Brendan Gleeson. Gli ingredienti ci sono tutti: azione, fantasia, lotta, intrigo, temporalità mescolate. E allora cosa è andato storto? Di preciso, non lo so. Devono avere avuto qualche problema durante la cottura. Non che le aspettative fossero alte, ma si sperava in qualcosina di meglio, ecco.

Gli appassionati del videogioco mi odieranno, ma oggettivamente anche quest’ultimo aveva qualche problema sulla trama. Che però veniva blandito grazie a una grafica mozzafiato e un gioco che, per gli appassionati del genere, non nega il divertimento. Inoltre, la curiosità era un ingrediente fondamentale. Non troppa azione, non troppo poca. Un mix piacevole. Ricordo di aver giocato nel corso di lunghe nottate bolognesi, con una meravigliosa vista sui tetti del centro e di San Petronio: un’esperienza decisamente più immersiva del solito.

Ora. Un film, necessita di una trama. E quella, mmm diciamo che c’è, anche se scricchiola. Voglio dire. La mela “del libero arbitrio”? Ehm… ho capito, vi piace camminare al limite della credulità. Ok. Ci possiamo stare. Diciamo che per il primo quarto del film sospendiamo il giudizio. Se ve la giocate bene, vi concediamo questo tocco stile “Tomb Raider dopato”.

Di bello? Beh, le movenze, gli effetti, i costumi. E anche la fotografia, perché no.

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Però, un film, necessita anche di un buon intreccio, oltre alla trama. Se entrambi fanno acqua, la vedo dura. Ora, l’idea per l’intreccio data dal videogioco, non è tanto male. E il film sembra percorrerla abbastanza bene. Fino a un certo punto. Diciamo che, in mancanza di sequenze di azione inattese, senza umorismo o autoironia di sorta, senza accettabili spiegazioni cervellotiche che rendano il tutto almeno lontanamente verosimile, e soprattutto senza colpi di scena veri e propri (dai, ma de che stiamo a parlà?), da poco prima della metà in poi, il film diventa un’amara pillola composta di variazioni sul tema assolutamente prevedibili. Difficile da mandare giù fino alla fine. Molto. Dopo i primi tre quarti la noia diventa un problema serio.

Volendo fare il confronto con Tomb Raider, si potrebbe dire che se non altro, nella sua spudoratezza, la Jolie, con il suo look anni 2000 tutto fatto di tessuti sintetici e il suo caratteraccio sbruffone, tutto allusioni sessuali e sfottò, almeno un sorriso lo strappava. Era esagerata. Si. Assolutamente irrealistica. Ok. Ma tutto sommato si tratta di una spaccona di serie A: niente male. In più il film sembrava aver preso spunto da predecessori illustri, come Mission Impossible.

Qui, di fronte a cosa ci troviamo? Per quanto fossero bollati come brutti, ho perfino visto tutti i film tratti da Resident Evil. E non sono nemmeno una fan del videogioco. Mi piace giocare ad Assassin’s Creed ma al film, prima ancora di entrare nel merito della realizzazione o della sceneggiatura, manca decisamente qualcosa. A partire dallo humour. Per prendersi così sul serio, dovrebbe avere almeno tutti gli altri attributi al posto giusto.

Il consiglio? Se siete fan sfegatati del gioco, andate a vederlo. Magari sarà un po’ al di sotto delle aspettative, ma sopravviverete. Altrimenti, beh… sopravviverete comunque, ma ricordatevi di portare i pop-corn e non spegnete il cellulare. Arriverà sicuramente un momento in cui sentirete la voglia irrefrenabile di messaggiare e staccare gli occhi dallo schermo.

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Panettone alla Papaya

Il Natale è IL momento tradizionale dell’anno che tutti amiamo. Questo le industrie dolciarie lo sanno bene, e per questo motivo ci ricordano le tradizioni della tavola del nostro paese. In particolare: il panettone. Protagonista di innumerevoli scorpacciate e falso amico della linea. Scende giù con facilità. Tanta, gustosa, facilità.

Questo la Motta lo sa molto bene, ma quest’anno ha scelto una strada leggermente diversa rispetto ad altre case che rievocano l’atmosfera natalizia. C’è chi offre un’idea di Miracolo sulla trentaquattresima strada (per chi non lo abbia visto, è un bel film da guardare in famiglia, un classico, oramai), che tutti andiamo cercando mentre vaghiamo alla ricerca di regali nel tempo libero, pregustando la sorpresa e il piacere di “averci azzeccato anche questa volta”. Oppure c’è chi ci porta tra le mura domestiche in compagnia di parenti rilassati (utopia… la mia famiglia è numerosissima e la preparazione della cena di Natale è un divertente momento di frenesia domestica generale). C’è poi chi negli anni rievoca la serendipità di un amore sotto l’albero. Chi cerca di commuoverci… insomma, sul versante sentimentale ce n’è per tutti i gusti. E se siete come me, forse, ne avete un po’ le tasche piene. Non tanto per una questione di principio, quanto di sopportazione.

Motta ha deciso di stare nel suo. Ci parla di cibo. E basta. Nella fattispecie, parla di papaya, tofu, alghe e altri ingredienti esotici. Come non sorridere alla voce che dice più o meno: “potevamo… eee invece no! Lo abbiamo fatto tradizionale”. Una piccola riscossa per chi ama la buona tavola ma perde la pazienza con ricette astruse che lasciano sempre una sorta di languorino. Il messaggio implicito? Quello che preferite voi. Da Motta, loro fanno i panettoni. E pare che li facciano bene, come dice la tradizione. Intanto, ne approfittano per strapparvi un sorriso e farvene portare a casa uno in più… che non si sa mai! Una piccola sicurezza rinnovata, per i giorni no prima della fine di questo lungo anno, accompagnata da una voce scherzosa. Tutto sommato è apprezzabile la sincerità di una pubblicità che, per una volta, non cerca di coinvolgerci eccessivamente sul lato emotivo, ma di strapparci un sorriso e liberarci dalle mode del cibo. Natale è Natale. Per ora, almeno quello, non cambia.

Serate blu elettrico

Ci sono sere in cui una giovane donna può ufficialmente dire di “essere blu”. E mentre ascolti una colonna sonora jazz, perfetta per te, desiderando di essere una di quelle figure malinconiche dei fumetti che osservano la città dall’alto con un bicchiere in mano, maledici un po’ gli stereotipi che le hanno volute per lo più al maschile. La mia figura di questa settimana per i momenti di contemplazione tempestosa è il Maggiore di Ghost in the Shell, la colonna sonora, invece, è quella di Cowboy Bebop e le parole sono quelle, intramontabili, di Eugenio Montale (che era uomo, ma per questa volta ci passerò sopra). Giusto per stare in quel mondo a metà tra melanconia e auto-ironia, che, alla fine, strappa un sorriso. E non ci pensi più.

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,

si qualche storta sillaba e secca come un ramo.

Codesto solo oggi possiamo dirti,

ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

 

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Deepwater Horizon. Eroi e mostri.

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Un film che mette in evidenza la concezione americana del lavoro. Questo è quello che, dopo lunghe riflessioni non sono assolutamente riuscita a mettere in discussione e che si è stampato per sempre nella mia mente in relazione a ‘Deepwater Horizon – inferno sull’oceano’.

Ho letto diverse recensioni del film e ho notato come l’accento si ponesse in alcuni casi sul fatto che questa produzione sfidava le compagnie petrolifere, mettendo “a nudo” una vicenda che di buono non ha nulla. Quello che mi ha colpita, al di là dell’avvenimento (https://en.wikipedia.org/wiki/Deepwater_Horizon_oil_spill), che tra l’altro ricordo bene per essere passato sovente su giornali e telegiornali, è stato il carattere che si è voluto dare ai lavoratori della piattaforma.

Per amore di sintesi ho cercato più volte di descriverlo con una parola sola: coraggiosi? Fortunati? Spaventati? Sopravvissuti? Ma ogni volta qualcosa sfuggiva e in ogni caso il carattere essenziale dei personaggi non sembrava essere descritto in modo appropriato. Poi ci sono arrivata. Indipendenti. Nonostante siano, proprio, ‘dipendenti’, quello che viene mostrato è un carattere forte, deciso, davvero ‘indipendente’ nel limite del possibile. In tutto il film appaiono in ogni sfumatura emotiva – dallo stress alla disperazione, per lo più – ma nonostante la rigida gerarchia imposta non viene mai messa in discussione la loro essenza indipendente e la capacità decisionale autonoma in relazione ai doveri del lavoro. In pratica, la forza del loro carattere. I cavalieri della piattaforma?

Punto più alto di questo ritratto ideale è, non tanto la riunione indetta dal responsabile per la sicurezza, Mr. Jimmy, ma il breve scambio di battute tra il protagonista e uno dei dirigenti della British Petroleum (quest’ultimo interpretato da John Malkovich). A partire dall’inizio il petrolio è associato ai dinosauri (emerge la sua origine preistorica, atavica, antica), e in seguito a un mostro per affrontare il quale è necessario prepararsi a dovere.

Nel corso del dialogo, il protagonista descrive questa necessità attraverso la metafora della caccia al pesce gatto (tra l’altro ‘catfish’ – pesce gatto – in inglese è un’espressione gergale che si usa anche per le identità fasulle, per chi si maschera dietro un falso nome… che indirettamente si riferisca al dirigente-mostro che di lì a poco spingerà la situazione oltre il limite sostenibile, non è un’ipotesi troppo fantasiosa). Lo scambio, piuttosto duro, si conclude con la battuta: “Mh Mh, la speranza, non è una strategia”.

Qui si trova, in estrema sintesi, il giudizio sanzionatorio degli eventi, la chiave interpretativa dell’intero film. La caccia al pesce gatto si fa facendosi mordere di proposito, per stanare l’animale. Esserne consci e avere la giusta preparazione sono i requisiti essenziali alla riuscita. Non ci si avventura in questa impresa sperando che le cose non prendano una brutta piega, che vadano bene. Un ragionamento estremamente problematico, per molte amministrazioni, pubbliche e private, anche al di fuori del mondo degli estrattori di petrolio. Ma la domanda cinica da fare è: che le cose vadano bene, per chi? Qui, si sviscera tutta l’identità di questi americani che, forse, recentemente, hanno perfino votato Trump.

Sono, in un certo senso, consapevoli di quello che fanno. Vogliono dare l’impressione di aver scelto le condizioni della propria vita. Eppure, si scontrano con le classi che, da quella vita, hanno avuto occasioni migliori. Per controbilanciare la cosa, si qualificano, seppure sottoposti all’amministrazione malsana di dirigenti incoscienti e tutti orientati al profitto, come i veri detentori della competenza e del senso del loro lavoro. Della cultura che lo ha generato. Sono, in definitiva, nei limiti di ciò che la realtà gli ha posto davanti al momento della nascita, imprenditori di se stessi e si considerano indipendenti nel giudizio. Non perdono la loro individualità nel gruppo. Detengono e rimarcano una libertà decisionale autonoma che però, anche nella solidarietà più forte, non prende mai quella piega sociale-comunitaria che ci si potrebbe aspettare in Europa.

La preghiera finale conclude questo ritratto e pone davanti agli occhi dello spettatore europeo un’America che riconosciamo meglio quando pensiamo a opere letterarie come Moby Dick. I figli di Melville, piegati e distrutti dalle avversità, non possono fare altro che mettersi nelle mani di un Dio che, qui, sembra quasi sive natura. Ad aumentare il senso di scarna reminiscenza letteraria il grosso uccello (forse un pellicano) che, poco prima del disastro totale, coperto dagli spruzzi di petrolio, si schianta dentro la cabina di pilotaggio della nave che raccoglierà i superstiti.

A controbilanciare un petrolio-mostruoso, quasi antropomorfo, che sgorga dal terreno e contro il quale gli operai-eroi si battono valorosamente, spicca la mancanza di ogni menzione, se non per iscritto e ovviamente in coda, del disastro naturale che sta prendendo avvio. Segno di quanto, uomo e natura, ancora, facciano fatica ad avvicinarsi e intendersi.

Dunque, mi chiedo, cosa voleva comunicare davvero questo film? Avrà raggiunto i suoi obiettivi? Agli spettatori il compito di rispondere.

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Planetario di Torino: Gatto Ciliegia incontra il signor Palomar

Il signor Palomar si chiede: come guardare le stelle, i pianeti? E si sente in colpa, come me, nelle sere estive, in cui il cielo è terso. Tanta bellezza, sprecata.

La riflessione in musica e parole proposta da Gatto Ciliegia contro il grande freddo al planetario di Torino è capitata la sera del mio compleanno.

Basta poco, alla fine, per essere felici. Un sorriso, un abbraccio. Una bella sorpresa da chi non ti aspetti. Una vecchia amica incontrata per caso. E le stelle proiettate sul soffitto tondo di una gigante sfera rossa.

Guardo i pianeti roteare, sento la musica modificarsi. Ascolto il tono della voce che surfa sulle parole di Italo Calvino mentre passando in mezzo agli anelli di un Saturo dolcissimo, ci avviciniamo a Giove. Le parole di un altro vecchio libro a rimbalzare nella mia testa:

Immettendo il sublime nel bello, quasi a nascondervelo, Kant pose le basi del sentimento romantico della bellezza intesa come forza universale suscitatrice di reverente timore e di sgomento che presiede all’universo intero come una sorta di principio supremo. Dentro il caos assoluto si cela una struttura di significato, una ricchezza di senso, che non si riscontra in alcun altro luogo.”James Hillman.

Una pizza, a Moncalieri.

Moncalieri. Notte. Novembre.
Moncalieri è una di quelle cittadine nella cintura di Torino di cui si sente parlare ma che fondamentalmente passa inosservata. Anche nel corso di anni non mi è mai venuto in mente di andarci. Un messaggio, verso le sette mi dice: “pizza?” E pizza sia. Mi avventuro attraverso strade e stradine alla volta di questa parte inesplorata di tessuto suburbano. Una giornataccia stava per trasformarsi.

La città è dominata da una collina. Non c’è stacco con Torino e a meno di leggere i cartelli, si potrebbe pensare di non esserne mai usciti.
Sulla collina c’è un castello. Il castello è una caserma dei Carabinieri; è protetto dall’Unesco. Il centro è piccolo, antico, accogliente. Il tripudio dei mattoni. A chi lo visiti a piedi calza come un guanto. Un tuffo nella storia e un piccolo rifugio, dove si trova anche il Real Collegio Carlo Alberto. Arrivare non è uno scherzo. Ci sono rotonde e ponti dell’autostrada e della ferrovia. C’è una differenza abissale tra quello che si trova sotto la collina e quello che sta in cima. Eppure arrivo.

Due chiacchiere e una birra e poi via. Da Acqua Farina e Sale; in quella parte di palazzi e cemento, uguali ovunque, da queste parti, che più vivamente rappresentano la provincia della mia infanzia. Ordiniamo e… la serata scivola via in men che non si dica. Il locale è semplice, accogliente. Piccolo piccolo. Perfetto. Non ci si può non sentire a proprio agio. Amo la farinata e qui la fanno anche di ceci neri. Per accompagnarla ci viene proposta una salsiccia cruda, toscana. Si spalma come se fosse burro. Dividiamo. Poi pizza. La crosta è tutta un programma: farina integrale, morbida dentro, leggermente croccante fuori. Insomma, un paradiso annaffiato di birra trappista, in un luogo tanto improbabile (anche per me che pure non sono forestiera) quanto magico. Un momento si serenità ritagliato alla perfezione. Forse è solo fortuna, ma certo è, che di serate che si trasformano così, dovrebbero essercene di più.

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