Nell’ultimo anno la diatriba aperta dalla proposta di rendere obbligatori alcuni vaccini per poter accedere al sistema scolastico ha scatenato, in Italia, un vero e proprio fuoco incrociato. Senza entrare nel merito delle argomentazioni e senza prendere posizione, dal punto di vista della comunicazione, sorprende il tono di alcuni articoli che gridano alla minaccia di un “oscurantismo medievale” da entrambi i lati della barricata. Ovvero, da lato ‘pro-vax’ e dal lato ‘no-vax’.

Questa esacerbata polarizzazione è il frutto di un’informazione carente e di una eccessiva emotività intorno all’argomento? Di chi è la responsabilità per questo tipo di scontro, delle autorità che hanno proposto le normative, dei giornalisti che divulgano in bilico tra informazione e intrattenimento, dei social media che ‘imbruttiscono’ i comportamenti sociali dando troppo spazio a chi ‘non ha un’istruzione’ o delle persone che sono semplicemente troppo emotive?

La domanda è chiaramente provocatoria. Questa tematica è di particolare rilievo perché va a colpire un aspetto molto importante della società occidentale: la possibilità e la capacità di difendere e proteggere i nostri figli, offrendo loro un mondo migliore.

La comprensione, tuttavia, del funzionamento del sistema farmaceutico e sanitario è estremamente complessa e implica nella maggior parte dei casi una buona conoscenza di base. Questo caso particolare, nella sua relativa iper-tecnicità – che viene resa a livello di informazione in modi molto diversi a seconda delle fonti – implica generalmente una valorizzazione (o iper-valorizzazione) di un ‘sapere scientifico’ non meglio specificato e dell’autorità del medico; una svalutazione (o viceversa iper-valutazione) del diritto di scelta in materia medico sanitaria; una paura esacerbata del contagio o delle possibili conseguenze dei vaccini.

Emerge un quadro generale fortemente polarizzato, ma anche ideologizzato, sfiduciato, eccessivo sotto molti punti di vista. Che fa mostra di sé (e in un certo senso si specchia) su e attraverso i media (tradizionali, online e social). Si può notare come i soliti problemi legati alla comunicazione sui giornali siano legati, in larga misura, a:

  • un uso improprio o semplicemente impreciso di dati numerici dei quali è difficile, per il lettore medio, comprendere l’attendibilità o la portata
  • un uso del linguaggio scarsamente argomentativo, ma fortemente evocativo e figurato, che risveglia streghe, oscurantismi medievali più o meno definiti e il potere razionalizzante della scienza come panacea universale
  • non viene efficacemente valorizzata la posizione di coloro che si professano scettici, dubbiosi, magari aperti a cambiare idea, al dialogo: non c’è posto per i moderati che non hanno ancora scelto e viene dato per implicito che scegliere sia una necessità, anzi, un dovere morale

La difficoltà con cui quest’ultima posizione riesce ad essere affermata e la forza con cui viene inevitabilmente schiacciata sulla posizione del no, è estremamente indicativa. Si tratta di un processo attraverso il quale la paura ha innescato un meccanismo di segmentazione e fortissima polarizzazione, portando le persone a sentirsi in obbligo di assumere una delle due posizioni in campo, quasi più per scelta emotiva e ideologica che per vera conoscenza del problema. Problema che, per altro, tende a virare sull’inaffrontabile piano tecnico-scientifico da parte dei non addetti ai lavori, lasciando da parte valutazioni pacate e forbite di ordine etico, politico, economico e soprattutto sociale.

A prescindere dai meccanismi interni della politica, del Miur o del Ministero della Sanità, il clima che si respira generalmente è riassumibile così: ogni lettore di un qualsivoglia articolo o post sull’argomento, è chiamato a dire la sua. Quasi che non avere un’opinione in merito sia tacciabile di ignavia. Il “chi non è con me, è contro di me” impera indisturbato per entrambe le fazioni.

Il risultato? Una lotta per l’esclusione. La squalificazione totale della parte avversa. L’annichilimento della possibilità di porsi domande e ragionare insieme. Reso ancor più amaro dalla prospettiva del negato accesso alle strutture scolastiche.

Zygmunt Bauman ha ben esemplificato questo tipo di conflitto pseudo-televisivo inserendolo in una più ampia riflessione sulla ‘paura liquida’:

“In quella sessione psicoanalitica pubblica che viene chiamata Grande Fratello i vostri presentimenti nascosti ricevono una sonora approvazione addirittura da un’autorità come la reality Tv, e dunque non occorre più che vi spremiate le meningi e vi tormentiate: il mondo reale funziona proprio così. Il Grande Fratello di oggi, diversamente dal suo predecessore di George Orwell di cui ha preso in prestito il nome senza chiederlo, non parla di come tenere le persone dentro, e fare in modo che osservino le regole, ma di come buttarle fuori e fare in modo che, una volta cacciate, se ne vadano senza fare storie e non tornino… […] Votando l’eliminazione di qualcuno non potete sbagliare. Solo quando esitate, quando resistete all’idea di giocare, correte l’alea di restare o essere eliminati dal gioco. E la vostra avversione a partecipare al gioco dell’esclusione non impedirà agli altri di bocciarvi.” (Zygmunt Bauman, Paura Liquida, Laterza, Bari,  2008, pp. 33-35)

Un gioco di posizioni, di esclusione, di scontro diretto. Ecco cosa è stato realmente scatenato da questo dibattito sui vaccini; e i media – ma ancor di più i social media – sono al centro del ciclone, come una porta girevole, dove fanno entrare alternativamente l’uno e l’altro concorrente. Ognuno deve dire la sua e il portato della validità delle opinioni è sancito da chi fa la voce più grossa.

Tuttavia la connotazione ideologica delle espressioni utilizzate nella polemica va ben oltre le singole posizioni, etiche o politiche, scientiste o new-age.

In gioco c’è molto di più: una negazione forte della mortalità dell’uomo che porta alla stigmatizzazione delle malattie attraverso l’esclusione totale dei malati POTENZIALI. Unita alla paura della natura (banalmente il comportamento degli agenti patogeni da un lato, e il comportamento dei medicinali sul corpo dall’altro), una natura fuori controllo, da cui siamo ormai lontani e su cui agiamo in un modo che spesso appare incontrollato perché non sappiamo prevederne le conseguenze.

La domanda di fondo su cui riflettere, spesso taciuta, che si fanno gli scettici, refrattari al mantra della “scienza buona”, è questa: certo, il vaccino si può fare, tutto si può fare. Probabilmente funziona. Ma dopo cosa succede? Quante volte è andato storto qualcosa? E una volta che va storto, c’è rimedio? Qualcuno lo riconoscerà?

Una domanda paranoica. Un’incertezza che sta per sfuggire al controllo e genera paura, una sfiducia profonda nelle istituzioni e nella società nel suo complesso. Perché il senso comune suggerisce che: “se la scienza è affidabile, le persone lo sono molto meno.” E dunque ci si segmenta, chi si esprime pubblicamente assumendo la posizione di negazione della possibilità della catastrofe e chi si esprime pubblicamente squalificando il processo scientifico anche perché non garantisce il controllo sul processo sociale.

Si può osservare come, negli anni, non siano mancati motivi di allarmismo. Siamo passati dalla mucca pazza all’h1n1, alla suina, all’antrace, all’ebola. Ogni volta con livelli di allarmismo elevatissimi. La malattia, quale che essa sia, è diventata un incubo, un nemico spaventosissimo anche solo a sentirne parlare, e non senza motivo. Perdendo di vista, in tutto questo, la realtà, la moderazione, la razionalità e, soprattutto, le persone nella loro essenza fragile e incerta.

La comunicazione si fa allora quasi isterica, sui generis. Una comunicazione che evoca il medioevo e si appella, da un lato e dall’altro, all’infinito potere della razionalità e della scienza. Quello che però si nota è ciò che manca nella maggior parte dei casi, e non riesce ad avere il giusto peso. La mancanza di dati oggettivi fruibili e chiari, di ragionamenti moderati, di un filo logico argomentativo da seguire fino in fondo e comprensibile per tutti. Insomma, manca la possibilità di farsi domande, anche sciocche, anche scomode, anche paranoiche, senza essere giudicati. Manca la trasparenza intesa come comunicazione accessibile dei pro e dei contro, delle ragioni e degli attori in gioco. La paura ormai è scattata e a guidare il gioco non è più il cervello, ma la pancia. Il bisogno di certezza granitica in una società liquida. Siamo buttati nella fossa dei leoni e tutto quello che ci viene chiesto di fare è combattere per evitare di essere esclusi.

Risulta allora particolarmente interessante attingere al ragionamento di Žižek sull’uso pubblico della ragione:

“Il pubblico uso della ragione dev’essere libero in ogni tempo, ed esso solo può attuare il rischiaramento tra gli uomini; invece l’uso privato della ragione può assai di frequente subire strette limitazioni senza che il progresso del rischiaramento ne venga particolarmente ostacolato. Intendo per uso pubblico della propria ragione l’uso che uno ne fa, come studioso, davanti all’intero pubblico dei lettori. Chiamo invece uso privato della ragione quello che a un uomo è lecito farne in un certo ufficio o funzione civile di cui egli è investito.

[…] Non c’è niente di più <<privato>> di una comunità statale che percepisca l’escluso come una minaccia e si preoccupi di mantenere l’escluso a una distanza adeguata. […] Si può combattere sinceramente per l’ecologia, difendere una nozione più ampia di proprietà intellettuale, opporsi al brevettamento dei geni, senza mettere in discussione l’antagonismo tra gli inclusi e gli esclusi – anzi, si possono persino articolare alcune di queste battaglie in termini di inclusi minacciati dagli esclusi inquinanti. In questo modo non abbiamo un vero <<universale>> ma solo interessi privati nel senso kantiano del termine. […] L’azione politica e il consumo si fondono completamente. In breve, senza l’antagonismo tra inclusi ed esclusi, possiamo finire per trovarci in un mondo in cui Bill Gates è il più grande umanitario grazie alla sua lotta contro la povertà e le malattie, e Rupert Murdoch il più grande ecologista, in grado di mobilitare centinaia di milioni di persone attraverso il suo impero mediatico.

E su questo bisogna essere chiari, l’espressione politica di quest’antagonismo radicale, il modo in cui la pressione degli esclusi è vissuta all’interno dello spazio politico istituzionale, ha sempre un aroma di terrore.”  (Slavoj  Žižek, In difesa delle cause perse, Ponte alle Grazie, Milano, 2013, pp. 534-535)

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